Meno superbia, più Dio

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Cibo e Parola. In collaborazione con Maria di Chiamati alla Speranza.

 

 

DIGIUNARE DAL VIZIO "CAPITALE"

 

 

 

«Il diavolo vince chi riesce a rendere superbo» [1] così come egli è . Non per nulla la superbia è il primo dei vizi capitali [2], da cui derivano tutti gli altri. 

 

 

 

Superbia è il disordinato desiderio di onori e di superiorità; è grave quando porta l'uomo a non sottomettersi neppure a Dio; è veniale quando la persona, pur sottomettendosi all'autorità, conserva uno sregolato desiderio di distinzione. Questo può divenire grave quando sia congiunto ad ingiustizia pesante verso altri, o motivo di peccati gravi. (Gerardo Cappelluti, Vademecum di teologia morale, Libreria Editrice Vaticana, 2006, n. 14, p. 18)

 



 

Orgoglio e superbia 

 

 

 

L'orgoglio non va associato, in toto, alla superbia. L'orgoglio può essere, infatti, "positivo". Galimberti lo definisce come «quella piacevole impressione che nasce nella mente quando ci sentiamo soddisfatti di noi stessi per la nostra virtù, bellezza, ricchezza o potere» per cui «il giusto orgoglio è un atto di giustizia verso di sé. Chi lo possiede non è presuntuoso» [3]. Il sano orgoglio è proporzionale alle capacità e alle doti, al lavoro svolto, ai risultati raggiunti. L'orgoglio positivo non distorce la percezione dell'io, non altera la realtà e non falsa i rapporti con gli altri. 


«Naturalmente l'orgoglio può travalicare la misura e, come dice Tommaso d' Aquino, portare chi la travalica a elevarsi sopra se stesso. Allora l' orgoglio si trasforma in vanità, boria, superbia». [4] 
Questo tipo di orgoglio è infatti negativo, un «orgoglio presuntuoso» [5]. Come dice la parola stessa, il presuntuoso è chi presume troppo di sé, chi ha un'opinione eccessiva della propria persona e delle proprie capacità. Il superbo finisce con il guardare a se stesso "gonfiandosi" oltre la propria verità e, in tal modo, sminuendo tutti gli altri, finanche Dio.

Il superbo, la brutta copia di Dio

 

«Lo aveva ben compreso Agostino quando nel De civitate Dei dice perentoriamente che la superbia è “allontanarsi da Dio e convertirsi a sé” (12,6). Il superbo, scimmiotta Dio; perché vuole imitare la sua potenza e rendersi simile a lui. Non è un caso, quindi, che egli veda nella superbia “l’origine di tutti i mali perché è la causa di tutti i peccati” (In Ioh ev 25,16); tanto da poter “sussistere anche da sola senza gli altri peccati” (De nat et gr 29,33). È contraria alla retta ragione perché il superbo sopravvaluta se stesso senza confrontarsi con la realtà. La superbia diventa, di fatto, un andare contro la ragione. Questa è fatta per ricercare la verità; con la superbia, invece, la stessa ragione è fuori strada. Dirà sempre Tommaso: “I superbi mentre godono della propria superiorità, trovano fastidio nella superiorità della verità” (II-II,162,3, Concl)» [6]. Così, il superbo finisce con il confondere il confine tra bene e male.

 

 

 

Il vizio oscuro che attira

 

 

 

Tuttavia «nel profondo del cuore di ognuno, e impresso nelle pagine della natura, il confine posto non è solo percepito, ma anche compreso e tematizzato. Il male, comunque, offusca la coscienza e la discesa diventa sempre più scoscesa e scivolosa. C’è una ambivalenza nel vizio che tende a nascondere la parte peggiore, per illudere con il canto delle sirene. Dall’altra parte, c’è la forza della virtù che chiama al bene. Ecco, pertanto il dramma: dove c’è il vizio, là c’è la virtù che si contrappone: a te la scelta. Sei posto dinanzi all’orientamento da dare alla tua vita. A te la scelta di quale ruolo vuoi giocare. Da ogni parte ti volti, comunque, non puoi rimanere neutrale» [7]. 

 

Il dilemma del superbo è in realtà il dilemma fondamentale e inquietante (in senso letterale: che desta inquietudine, ansia, preoccupazione nel bene e nel male) della vita di ogni essere umano: lasciare emergere quella parte "oscura" che abita in ogni uomo - derivazione del peccato originale e della stessa concupiscenza [8] - oppure lottare contro di essa, per costruire l'«uomo nuovo» (Ef 4,14) secondo il progetto di Dio? Il problema si pone perché «ciò che è oscuro è più tentante di ciò che è chiaro. Di due possibili spiegazioni di un fenomeno, la gente sceglie d’istinto quella che è oscura. Perché l’altra, la vera, è semplice e scialba e non fa drizzare i capelli in testa» [9].

 

Il peccato e  la  superbia fanno (apparentemente) sperimentare all'uomo una sorta di ebrezza ben diversa dall'"estasi" della vita di grazia. È la vertigine che lo illude di poter essere padrone di se stesso e degli altri, è l'allucinazione che gli attribuisce una fatua e transitoria posizione di superiorità, di potere senza pari. Il superbo si costruisce una fittizia maschera di creatura inattaccabile - quella di un supereroe - e, paradossalmente, riesce anche a conciliarsi con la religiosità.

Superbia e fede

C. Lewis si interrogava: «Come mai persone palesemente divorate dalla superbia e dall’orgoglio possono dire di credere in Dio e considerarsi religiosissime? Il fatto è, temo, che costoro adorano un Dio immaginario. Ammettono teoricamente di essere niente al cospetto di questo Dio fantomatico, ma in realtà sono convinte che Egli le approvi e le ritenga molto migliori della gente comune: pagano a Dio, cioè, un soldo di umiltà immaginaria, e ne ricavano mille di superbia verso i loro simili» [10]. Gesù descrive la figura del superbo finto-religioso nella parabola del fariseo e del pubblicano (Lc 18,9-14). L'esordio dell'evangelista non lascia spazio a dubbi: «Disse ancora questa parabola per alcuni che avevano l'intima presunzione di essere giusti e disprezzavano gli altri» (v. 9). Il fariseo si presenta nel Tempio elevando una preghiera a Dio, nel convincimento interiore che Egli approvi i suoi pensieri: «O Dio, ti ringrazio perché non sono come gli altri uomini, ladri, ingiusti, adùlteri, e neppure come questo pubblicano. Digiuno due volte alla settimana e pago le decime di tutto quello che possiedo» (vv. 11-12). Gesù, invece, rovescia la mentalità di chiunque agisce come quel fariseo, perché sentenzia che fu il pubblicano, il quale stava a distanza e si presentava a Dio come «peccatore» (v.13) a tornarsene a casa «giustificato» (v. 14).

Dio disperde «i superbi nei pensieri del loro cuore» (Lc 1, 51)

«La radice teologica della superbia è “tenere il proprio cuore lontano dal Creatore” e confidare solo in se stesso. 

Il rifiuto della dipendenza dal Creatore produce nell’uomo un processo a catena di implosione e di chiusura in se stesso fino alla durezza di cuore, che è il sentimento teologico più negativo del cuore umano, perché con esso si chiude verso Dio e si concentra su se stesso; chiusura che si estende non solo verso l’offerta di Dio e al suo comandamento, ma anche verso i suoi simili. Chi accetta l’invito del mistero di Cristo, diventa timorato di Dio; chi invece lo rifiuta, si pone sulla china della sua nullificazione esistenziale e ontologica. Il frutto della superbia non è solo la durezza di cuore umano, ma anche la dispersione dei suoi pensieri»[11], come Maria di Nazareth asserisce nel Cantico del Magnificat (Lc 1,46-56). «La dispersione rende incapace l’uomo di ascoltare l’altro e anche Dio, perché è attento ad ascoltare solo se stesso» [12]. Il superbo, però, è disperso nei pensieri del suo cuore anche in un altro senso. Dio, che sceglie ciò che è «debole per confondere i forti» (1Cor 27), ricorre a ciò che è umile anche per confondere i superbi. Dio cerca di scuotere, attraverso questi paradossi, quanti sono lontani da Lui. «Dio, come ci ha insegnato Maria, vuole abolire queste rotture e costruire comunione, vuole confondere i superbi e quelli che si credono superiori agli altri, perché scendano dai loro troni e mettano la loro autorità a servizio della gente. Gesù è venuto per servire, e quando risorto appare pieno di potere in cielo e in terra, mette subito la sua autorità a servizio: “Sarò con voi tutti i giorni sino alla fine del mondo”. Egli, ne è simbolo l’Eucaristia, ci invita alla sua mensa, perché vuole che tutti ci sentiamo partecipi dello stesso pane, che tutti ci sentiamo in comunione con gli altri.
L’insegnamento è chiaro: la rivoluzione di Dio cantata da Maria indica il progetto di Dio sull’umanità: costruire una comunità di fratelli perché la parola d’ordine è unica: “fare comunione”» [13].

 

 

 

 

 

NOTE

 

 

 

[1] Raimondo Frattalone, Teologia fondamentale e generale (Tracce delle lezioni), Istituto Teologico S. Tommaso p. 64.

 

 

 

[2] I vizi capitali sono così definiti «perché generano altri vizi. Sono la superbia, l'avarizia, l'invidia, l'ira, la lussuria, la golosità, la pigrizia o accididia». (CCC, n. 1866).

 

 

 

[3] Umberto Galimberti, Superbia, in Repubblica, 11 agosto 2001.

 

 

 

[4] Ibidem.

 

 

 

[5] C. Lewis, Orgoglio e umiltà da Il cristianesimo così com'è

 

Sito Internet del Centro Culturale Gli Scritti

 

 

 

[6] Rino Fisichella, Superbia: un super-io contro Dio, in Avvenire, 29 giugno 2012.

 

 

 

[7] Ibidem.

 

[8] «La "concupiscenza", nel senso etimologico, può designare ogni forma veemente di desiderio umano. La teologia cristiana ha dato a questa parola il significato specifico di moto dell'appetito sensibile che si oppone ai dettami della ragione umana. L'Apostolo san Paolo la identifica con l'opposizione della "carne" allo "spirito". È conseguenza della disobbedienza del primo peccato. Ingenera disordine nelle facoltà morali dell'uomo e, senza essere in se stessa una colpa, inclina l'uomo a commettere il peccato» (CCC, n. 2515).

 

 

 

[9] Giancarlo Pani, «Lettere di giovinezza all'amica inventata» di Antoine De Saint-Exupéry, Sito Internet della rivista Note di Pastorale Giovanile

[10] C. Lewis, Ult. cit.

[11] Giovanni Lauriola, Il Cantico della Vergine. Il "Magnificat" in prospettiva cristocentrica, Sito Internet del Centro Duns Scoto


[12] Ibidem.

[13] Mario Galizzi, Il Magnificat, Sito Internet della Casa Madre dei Salesiani di Torino-Valdocco

 

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